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Metafisica e teologia - Sistema Filosofico Simbolico Integrato

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Metafisica e teologia

È indispensabile articolare lo sviluppo argomentativo sulle cause prime della realtà identificando quest’ultima con l’universo nel suo complesso e non con il mondo terrestre o sublunare. Analogamente è necessario considerare l’esistenza della realtà in rapporto a Dio e di conseguenza, incorporando l’elemento teologico, la metafisica si configura anche come teosofia. Ne consegue che la cosmologia, la metafisica e la teosofia si intersecano pienamente tra loro.

 

Il punto di partenza del discorso metafisico è la postulazione di una realtà abiotica, che escluda quindi in primo luogo l’esistenza dell’essere umano e di altre probabili forme di vita intelligenti dell’universo. L’interpretazione umana del cosmo non è in realtà oggettiva poiché si basa sulla tripartizione temporale (passato, presente, futuro) e la stessa materialità percepita dall’essere umano è un’illusione determinata dalla sua peculiare interpretazione della realtà, basata sul continuo divenire. Nel momento in cui si esclude l’esistenza di tutte le forme di vita, comprese quelle extraterrestri, si annullano contemporaneamente le concezioni spazio-temporali relative a tali forme di vita. Ovviamente qui si fa sempre riferimento a forme di vita che presentano una percezione spazio-temporale anche elementare; infatti negli altri casi le forme di vita (ad esempio i vegetali) sono assimilabili alla materia abiotica.

 

Bisogna puntualizzare che la postulazione di una realtà abiotica non può escludere l’esistenza della realtà stessa. Non potendo in tale contesto essere la concezione della realtà né umana né extraumana e non potendosi negare l’esistenza di tale realtà, è esplicitamente deducibile da ciò l’esistenza di un’interpretazione né terrestre né extraterrestre. Allo stesso modo in cui la percezione umana ed extraumana della realtà attesta la presenza di un soggetto interpretante a cui tale percezione appartiene (l’essere umano o forme di vita non umane), l’interpretazione né umana né extraumana della realtà suggerisce l’esistenza di un soggetto interpretante che si identifica con Dio.

 

Esistono quindi in definitiva due interpretazioni dell’universo: una umana (o relativa ad altra forma di vita intelligente nel cosmo) e l’altra né umana né extraterrestre (che sarebbe di fatto quella divina). Per questo modo di giungere all’interpretazione divina, la mia teologia può essere definita “negativa”.

 

Ora, è possibile delineare le caratteristiche della percezione divina procedendo per esclusione. Dio, non essendo forma vivente limitata generata e peritura, non potrà essere soggetto al divenire e inserirsi in un contesto multi-spaziale o multi-temporale. Di conseguenza la percezione temporale divina sarà la monotemporalità. Una tale situazione temporale implica l’assenza di materia, essendo quest’ultima una percezione della realtà da parte delle forme viventi. Ne consegue da ciò che la concezione divina della realtà è quella di un cosmo, caratterizzato dal tempo unico (che per l’essere umano significa assenza di tempo) e dalla spiritualità o assenza di materia. Per Dio il cosmo è già compiuto ed è già quindi giunto alla sua realizzazione ultima. La monotemporalità della concezione divina, oltre a definire un cosmo spirituale (e quindi non fatto di materia), giunge a qualificare lo stesso cosmo come esclusiva essenza e non contingenza. Quindi esso non è il risultato contingente di una scelta compiuta dall’esterno ma è qualcosa che esiste perché deve esistere. Di conseguenza il cosmo, oltre a essere monotemporale, spirituale ed essenza, è anche “inevitabile di esistenza”, intendendo con questa espressione il fatto che l’esistenza dell’universo non è un fatto contingente ma necessario e inevitabile.

 

Ora, il rapporto che intersiste tra Dio e la realtà da Egli percepita è inafferrabile dall’essere umano (così come dalle probabili altre forme di vita intelligenti presenti nell’universo) poiché l’essere umano è soggetto al divenire e quindi non può comprendere la situazione della monotemporalità. Tuttavia è possibile definire in linee generali il rapporto che esiste tra Dio e la sua realtà in termini di causa o determinazione ma al di fuori del contesto temporale. In altri termini, Dio crea (o determina) la realtà al di fuori del tempo. Difatti un universo creato nel tempo implicherebbe l’esistenza di un ente creatore che non potrebbe collocarsi al di fuori del tempo ma al contrario che sarebbe inevitabilmente inserito in un contesto contingente e quindi soggetto al divenire e perituro. L’azione divina non può avvenire nel tempo poiché ciò attesterebbe la natura materiale divina. Non può esistere quindi un rapporto di priorità cronologica tra Dio e la realtà da Egli percepita ma ontologica, dal momento che Dio è appunto causa della realtà, la sua ragione d’essere e il suo fine ultimo. Dal momento che la realtà, come è stato menzionato in precedenza, deve esistere necessariamente, allora avrà un fine ultimo che è rappresentato da Dio stesso. Da questo fine non è avulso l’essere umano che in vita è spirito in potenza e dopo la vita è spirito in atto e partecipa alla contemplazione divina giungendo al suo fine ultimo e quindi alla sua piena realizzazione.

 

Dallo sviluppo argomentativo sin qui condotto il concetto di Dio risulterebbe una fredda deduzione da parte dell’essere umano e potenzialmente di altre forme di vita intelligenti. Tuttavia l’aspetto razionale non è l’unico a dover essere preso in esame. Veniamo ora alla seconda parte dell’argomentazione su Dio, che si basa sulla nozione di “epifanìa della realtà”, laddove “epifanìa” è da intendersi nel senso etimologico greco di “festa dell’apparizione”. Ora, la realtà in senso epifanico viene espressa dalla combinazione 22 small. Il fatto che la realtà si sia manifestata, cioè sia apparsa per scelta divina al posto del nulla assoluto, rappresenta una festa, il culmine della positività. L’essere umano celebra la festa dell’apparizione della realtà, attraverso l’atto di ringraziamento a Dio per aver determinato la sua nascita e la comparsa dell’universo in generale. Tale riconoscimento si esplicita attraverso la fede, la non violenza e l’impegno alla conoscenza, intesa sia a livello teorico sia a livello pratico. Dal punto di vista della concezione divina dell’universo, quest’ultimo è inevitabile di esistenza, cioè esiste necessariamente in quanto non è frutto della contingenza. Sul piano emotivo del soggetto umano, che investe il campo della fede, il cosmo rappresenta esattamente ciò che Dio ha scelto al posto del nulla assoluto. In ultima analisi, il modo razionale e quello extrarazionale (ma non irrazionale) di rapportarsi a Dio devono imprescindibilmente coesistere tra loro. Ciò significa in altri termini che ragione e fede devono innestarsi su un terreno comune che rappresenta la consapevolezza ultima del concetto di Dio.

 

Cfr. par. 1.1 , 6.1 e 6.2 dell’opera base